Il prezzo da pagare per scalare se stessi

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Questa estate mi sono ritrovata, dopo tanto tempo, sotto una delle mie montagne del cuore: il  Cervino.
Avevo visitato qualche giorno prima al Forte di Bard una bellissima mostra dedicata a Walter Bonatti. Alpinista e giornalista che ho scoperto in realtà forse troppo tardi, poco prima che morisse. La mostra “Fotografie dai grandi spazi” ha dell’incredibile. Le due vite di Bonatti mi hanno fatto riflettere molto sulle mie vite. Certo con le debite e dovute proporzioni. Ma alla fine sì, più mi guardo indietro e più la mia è stata una vita di scalate. No, non arrampicate sociali, anzi oggi rispetto a dieci, quindici anni sono davvero più povera.  Ci ho messo tanto tempo a capire che quella spinta era la ricerca di una me stessa che non trovavo, compressa da un mondo che voleva (e vuole) altro da me, o che non comprende come la quotidianità possa soffocare chi vuole guardare avanti. Ci ho messo tanto, troppo a ritrovare e seguire le mie aspirazioni. Ma come mi è capitato di consigliare agli allievi dei corsi che tengo o ai giovani giornalisti che si avvicinano a me, altro non posso dire che seguire quella che pensiamo a torto o a ragione possa essere la nostra strada. Solo così si possono affrontare sacrifici, sudori,  privazioni, rinunce.
Il prezzo da pagare per essere sé stessi è altissimo. Può anche voler dire perdere ciò che si ha di più caro al mondo. Crescere, evolvere, entrare a fondo nella complessità ed  empaticamente in contatto con i dolori e le lotte dei cittadini in giro per l’Italia mi ha cambiata, ma mi ha riportato a quella me stessa che ha lottato da sempre contro le ingiustizie e i soprusi. E chiunque mi abbia conosciuto, in una qualsiasi delle parti della mia complessa vita, sa che è così.  Alla fine questo percorso mi ha riportato davanti ad uno specchio. So che sono una giornalista e che questo è il lavoro che avrei dovuto intraprendere tanto tempo fa. Ci sono arrivata tardi e anche per questo oggi vado ad una velocità da capogiro. Mi accompagna la capacità di vedere lontano, di anticipare, innovare. So che non ho troppo tempo a disposizione per incidere quel cambiamento che questo mestiere, più dell’attivismo e della politica ti permette.
Mestiere al servizio di quello che io non ho mai considerato “pubblico” ma attore e protagonista del bisogno di sapere, che è scopo e desiderio della mia vita. Non so se è un “dono”. So che il mio lavoro può essere davvero utile e farlo con scrupolo e coscienza mi fa stare bene.
Ma il fatto che a tale impegno non corrisponda un riconoscimento economico adeguato è non solo frustrante ma avvilente.
Ora sono ad un punto di non ritorno. Che potrebbe voler dire abbandonare tutto. Con una vita personale ai minimi termini per le stesse vicessitudini che spesso ritrovo nelle vite di chi racconto. E una vita professionale piena di incertezze. In una Italia dove è insostenibile il lavoro di giornalista di inchiesta e di pubblico interesse da freelance. (Infatti mi occupo anche di comunicazione e formazione, nel frattempo).
Nonostante queste considerazioni, per ora, non mollo il colpo. Solo il tempo mi dirà se le scelte che ho operato in questi anni e che hanno cambiato la mia vita e quella di chi mi è stato vicino, sono state quelle giuste. Dentro di me so che è così. Ma il prezzo da pagare è stato altissimo.

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