Su Diaz e Genova 2001. Un punto e la tortura, tredici anni dopo.

Diaz_Processi_G8Uno dei motivi per cui avevo rinunciato finora alla visione di Diaz,  è che sapevo della scelta della rappresentazione realistica delle torture subite dai ragazzi nella notte del 21 luglio 2001, la “macelleria messicana” simbolo tragico della violenza fisica e psicologica patita da tutti i partecipanti dei fatti di Genova. Quel grande evento nel luglio 2001, in cui manifestarono centinaia di migliaia di persone pacificamente, rivendicando il diritto alla sovranità popolare sui migranti, ambiente, beni comuni, democrazia partecipata, davanti ai potenti della Terra.

Per chi è stato alla manifestazione contro il G8, il fim di Daniele Vicari passato ieri sera sulla Tv di Stato è stato straziante. Una visione scomoda, avvilente ripensando a quei giorni e alla ricostruzione di fatti realmente accaduti. Ma pensando che, in precedenza, “Bella Ciao”  il documentario che aveva visto lavorare insieme operatori RAI e Indymedia è stato (ed è tutt’ora) boicottato e censurato, era un dovere civile vederlo.

Per chi non è stato a Genova in quei caldi giorni di luglio del 2001, Diaz, deve essere stato traumatizzante.

Come dice bene Zeropregi

La paura della violenza ha offuscato per molto tempo il racconto di giornate che hanno segnato diverse generazioni.  Le cronache e la memoria collettiva hanno riportato a galla, il dolore,  i momenti bui, la sopraffazione, le torture, coprendo tutto quanto era stato realizzato in positivo dal movimento NoGlobal.

Ma è difficile dimenticare.

La violenza subita nel vedere che i “facinorosi”, i cosidetti “black bloc“, non furono mai bloccati durante i tre giorni e girarono indisturbati guardati a vista dalle forze dell’ordine.

La violenza indicibile della morte di Carlo Giuliani venerdì 20 luglio,  in piazza Alimonda,  alla vigilia della grande manifestazione.

La violenza incomprensibile di lacrimogeni sparati su chi aveva mani bianche alzate, le botte e le manganellate subite da centinaia, migliaia di manifestanti inermi. Gli arresti e i fermi senza nessun motivo.

La violenza assurda alla Scuola Diaz, che ricordo era il luogo concesso dal Comune di Genova come Media Center al Genoa Social Forum, trasformatasi in tortura nel carcere di Genova Bolzaneto per quelle 93 persone, vittime immolate sull’altare delll’inefficenza delle forze dell’ordine nei giorni precedenti.

Mentre le devastazioni, la rabbia contro la città, contro le camionette di carabinieri e polizia, contro gli sportelli delle banche, sono rimaste nella memoria di chi invece non c’era e chi dal racconto dei media mainstream, non poteva capire appieno. Ma che ritrovandosi ieri sera davanti alla immagini di Diaz ha compreso, forse, finalmente, di aver visto un altro film.

Un film di cui oggi, grazie a Youtube, ognuno di noi può scorrere, a piacimento, un fotogramma alla volta. Con una avvertenza: le immagini che appaiono digitando Genova 2001, Diaz, nel motore di ricerca sono tutte autentiche e girate dalle centinaia di fotoreporter e cittadini per le strade in quei giorni.

Diverso è stato per noi, che c’eravamo o che eravamo sulla via del ritorno e ascoltavamo radio popolare quella notte. Tornati a casa da quella Genova ci siamo resi conto tutti che eravamo pesci fuor d’acqua, scrutati da sguardi interrogativi che ci chiedevano: perche? E subito abbiamo capito che il mondo dall’altra parte dello schermo aveva visto un’altra narrazione, un’altra versione della realtà.  Che non era la nostra.

Scopro ora raccogliendo i link per questo post che abbiamo subito un “trauma psicopolitico”, come spiegano gli psicologi sociali autori di   Cittadinanza politica e trauma psicopolitico.  Dopo il G8 di Genova: il lavoro della memoria e la ricostruzione delle relazioni sociali“.

Nessuno ce lo ha mai detto, ma lo abbiamo compreso da soli. Reagendo ognuno a suo modo.

C’è forse chi ha scelto di cancellare, di tornare alla quotidianità e dimenticare. C’è chi se n’è andato nel frattempo.

C’è chi, ha scelto di elaborare un lutto, di leccarsi le ferite e, dopo quei giorni ha cominciato a scrivere per raccontare al mondo che cosa era  successo.

Lo abbiamo fatto in tanti dal Comitato Piazza Carla Giuliani, ad una miriade di diversi progetti da “Cara Genova ti odio“, allo speciale di Diario  aIo ricordo” Così come film e documentari, esplosi nella loro diffusione con l’avvento di Youtube nel 2005, tra  cui appunto il censurato Bella Ciao, il documentario curato da Marco Giusti e Roberto Torelli (che ritrovate su Youtube),  alle rappresentazioni teatrali come GiOtto, studio per una tragedia di Giuseppe Provinzano.

A quelle Cronache di Radio Popolare, che per tanto tempo non sono riuscita più a riascoltare.  Cronache diventate esperimento di informazione comunitaria attraverso il circuito di Radio GAP, per documentare l’attività dei movimenti sociali e la diretta durante il G8 genovese, tramutatesi poi in materiale per le inchieste giudiziarie.

A chi come Lorenzo Guadagnucci ne ha scritto un libro Noi della Diaz“, dopo esserne uscito vivo. Chi ne ha fatto un’indagine di oltre 600 pagine, tutta da rileggere, Genova, nome per nome” come Carlo Gubitosa insieme ad Altreconomia. Chi da giornalista inviato da un grande quotidiano, ne ha tratto un bilancio ed un affresco complesso della società civile e politica italiana,  come Marco Imarisio con La ferita.

Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.” Parola di Nick Davies, che sul Guardian ha scritto un’inchiesta che forse faremmo bene a rileggere, ripubblicata da Internazionale,  partendo dal trauma del giornalista inglese Mark Covel, uscito quasi in fin di vita da quella notte alla Diaz.

Visti dagli altri forse potremmo comprendere meglio, ancora una volta, la gravità di quei fatti.

Ma c’è chi ha lavorato duramente, attorno ai processi, ricostruendo con video, foto, audio la documentazione di soprusi, lavorando ad un collage collettivo, minuto per minuto, su cosa successe in quei giorni. In ProcessiG8.org  trovate un lavoro enorme dagli atti, ai link alla documentazione video e audio processuale (vedi anche il canale Youtube). Così come  Supporto Legale, nato per sostenere la difesa di tutti gli imputati dei processi genovesi ai manifestanti, contiene tutta la documentazione dei processi intorno ai fatti di Genova e segue le vicende di chi è rimasto in carcere.

Sono dieci le persone condannate per devastazione e saccheggio (reato che prevede pene fra 8 e 15 anni)  anche se la grandissima maggioranza dei responsabili, sia tra i manifestanti che tra le forze dell’ordine, non venne mai identificata, mentre quasi tutti i fermati dalle forze dell’ordine nei giorni degli scontri, un totale di 329 arresti, sono poi risultati estranei ai fatti contestati, o non sono state individuate responsabilità specifiche a loro carico. Di loro tre sono tutt’ora in carcere e per loro è nata la campagna 10×100. 

Mentre solo 25 poliziotti sono stati condannati,  alcuni responsabili sono stati arrestati all’inizio del 2014, segno che la battaglia per il rispetto dei diritti civili in Italia è tutt’altro che vinta.

Le maggiori forze politiche e il parlamento nel suo insieme hanno mostrato nel corso degli anni la totale incapacità di mettersi dalla parte giusta, quella dei cittadini umiliati e vilipesi, quella dei diritti sanciti dalla Costituzione” ha detto Lorenzo Guadagnucci.

Così è, se non siamo riusciti ad aprire una Commissione d’Inchiesta Parlamentare sui fatti di Genova, (solo un’indagine conoscitiva ndr), se molti dei dirigenti e funzionari alla cabina di comando in quei giorni hanno fatto carriera.

Oggi l’anima del movimento si è quasi dissolta in questi 13 anni e mentre il portale di Indymedia, il network di informazione indipendente al centro del movimento sembra in bilico tra l’oscuramento e le cene di autofinaziamento, anche il Comitato Verità e Giustizia ha deciso di sciogliersi.

Eppure anche dopo “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” come l’ha definita Amnesty International, l’Italia non ha ancora introdotto formalmente il reato di tortura, dopo aver ratificato con la legge n. 489 del 3 novembre 1988, la Convenzione contro la tortura approvata dall’Onu nel 1984.

Il disegno di legge approvato al Senato il 5 marzo 2014 è fermo alla Camera.

Per rendere giustizia al “primo movimento di massa che non ha chiesto niente per sè stesso”, dovremmo tornare a chiederlo con forza (qui l’appello di Amnesty)

Questo post è dedicato a …

“(…) Quelli che non hanno ancora compreso oggi, che a Genova si parlava di futuro. Si parlava di acqua, di diritti universali, di clima, dell’impatto sempre più devastante di una società dello sviluppo incapace di vedere oltre. Incapace di progettare un futuro per i propri figli.
Per tanto tempo ci si è interrogati se quel “movimento” avesse poi “vinto” o “perso”. In fondo, tutto quello che era stato avanzato, osservato ed elaborato da Porto Alegre e dai Social Forum, si è, di fatto, verificato. Anche se il movimento era stato annientato a bastonate. E un’altra generazione di ragazzi era stata allontanata dall’impegno e dalla politica, con la paura. In fondo, però, le nostre idee erano avanzate. Oggi potremmo dire “avevamo già tutto previsto”. Ma le conclusioni sono doppiamente amare. Eravamo delle semplici e antiche Cassandre. Destinate a raccontare la verità, a predire il futuro e a non essere credute”.

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