#Vajont 1963 “non con curiosità, non solo per pietà, ma con ribellione” insieme a Tina Merlin

Vajont_rid“I giorni dopo il Vajont la gente era convinta che la tragedia dovesse essere un punto di partenza per una riflessione collettiva. Dalla quale partire per cambiare, per mettere in discussione rapporti e metodi. C’erano duemila morti ammazzati, dei quali tutti i poteri portavano una responsabilità diretta o indiretta. La Costituzione era stata messa sotto i piedi e si era rivelata persino incapace di garantire perfino la vita dei cittadini. Da più parti si proclamava, e si prometteva, che occorreva cambiare rotta. Invece, da allora, le compromissioni del potere politico sono state infinite e scandalose. Si sono affinate nella degenerazione di ogni diritto, talché la gente, quella che paga sempre non crede più in niente e nessuno”.

Tina Merlin, Patria indipendente, 1983

Le parole di Tina Merlin, “giornalista, partigiana e comunista”, l’unica che dalle sole pagine dell’Unità, raccontò con coraggio la cronaca di quella che, lei stessa ha definito “la costruzione di una catastrofe”, risuonano oggi drammaticamente attuali.

Scriveva nel 1983:

” Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli Italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante casualmente accadute. Forse più pulita di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno classi politiche e sociali”

Documentando giorno per giorno cosa successe sulla valle del Vajont,  la giornalista ha, di fatto, rese limpide, a chi ha scelto di non chiudere gli occhi, le dinamiche della corruzione profonda di questo Paese da nord a sud. Per quegli articoli, bisogna ricordarlo con forza, Tina fu processata e poi assolta, come lei stessa documenta nel libro, già nel 1959, per aver previsto quanto sarebbe poi successo. Informazioni così “false e tendenziose” che prevedevano quello che avrebbe potuto succedere con la costruzione dell’invaso artificiale del Vajont ai piedi di un fronte franoso come il monte Toc

“Pezzi” che raccontavano, ostinatamente, la lotta dei cittadini di Erto e Casso, e la nascita del primi comitati italiani nati a tutela e a difesa del proprio territorio.

E ci mise 20 anni, per vedere pubblicata l’inchiesta di una vita “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe.Il caso Vajont”, bussando tante porte che rimasero chiuse.

Ma alla faccia di chi in vita volle tentare di soffocare il suo lavoro di indagine, di giornalismo di precisione, con dati, riferimenti, ricerca di fonti, atti ed interviste, oggi tutto è noto.

Le responsabilità della SADE, che poi sarebbe diventata ENEL e Montedison (sic) degli esperti e dei funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici di allora sono chiare, anche se sappiamo che non tutti hanno pagato davvero per quei 1910 morti.

Il suo lavoro di documentazione è migrato nell’opera del teatro di narrazione che Marco Paolini con Gabriele Vacis mise in scena, dapprima nei circoli e centri sociali per passaparola, fino ad arrivare sulla TV pubblica nel 1997.

Vajont non è stato “solo” uno spettacolo di teatro, ma una vera e propria orazione civile in memoria delle vittime silenziose del sopruso di Stato e della cupola di interessi che si muove, ancora oggi, attorno alle grandi multinazionali in Italia.

Ma mi piace pensare, ripercorrendo quegli anni, e osservando l’attenzione mediatica che il cinquantenario del Vajont sta sollevando nell’opinione pubblica, che la voce di Tina, così come ha portato me e tanti altri ad un pellegrinaggio laico da Longarone fino lassù oltre la diga, abbia superato ogni barriera temporale, per portare finalmente un po’ di giustizia.

Stasera Radiopopolare trasmetterà la registrazione del primo Paolini su Vajont, quella storia che era della sua terra e che sarebbe diventata nostra.

Prendetevi tempo per ascoltarla.

Il Corriere delle Alpi ha realizzato uno splendido portale multimediale di documentazione completa, su tutto quanto.

Prendetevi tempo per sfogliare le pagine e ricordare le lapidi bianche al cimitero di Longarone ancora senza nome.

L’ Associazione Tina Merlin tiene memoria e traccia dell’opera della giornalista, continuandone la sua divulgazione alle nuove generazioni.

Ecco, potete leggere e ascoltare, conoscere, commemorare.

Le parole di ieri sembrano di oggi. Potrebbero essere applicate ai mille drammi e disastri ambientali che nel nome del profitto si sono perpetrati e continuano oggi nel nostro Paese.

Ecco perchè dovremmo sostenere i “Cittadini del Vajont” che da qualche anno si ritrovano a vegliare sulla diga.

Fate un pellegrinaggio laico, in quei luoghi, incontrando le associazioni dei superstiti, visitando i comuni coinvolti e il cimitero di Longarone.

Ma, parafrasando le parole con cui Tina chiude “Vajont 1963”,  non con curiosità, non solo per pietà, ma con ribellione.

Comments

  1. Nel cinquantesimo anniversario del “più grave disastro ambientale della storia causato dall’uomo”, Focus realizza un reportage multimediale esclusivo sui luoghi colpiti dalla frana del 9 ottobre 1963 che causò 2000 vittime: http://dentroilvajont.focus.it/

  2. Purtroppo i corsi e ricorsi della storia in questo paese sono una consuetudine, e nessuna tragedia sarà mai un monito per evitare nuovi drammi.

    • Si, guardando indietro e avanti è così. Ma è importante mantenere la memoria, almeno per le nuove generazioni. Se Tina non avesse scritto e documentato, oggi probabilmente del Vajont non si parlerebbe più e le cariche dello Stato (“si lo Stato :() neppure avrebbero chiesto scusa…Grazie Lois per passare di qua. A presto

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  1. […] canzone rap di Siruan: VajontLa canzone di Remo Anzovino: 9 ottobre 1963Parlano di noiYou ReporterBatblogIl PostVarese […]

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