In memoria di una compagna #ciaoLaura

Quarto_StatoLacrime e rabbia per Laura. Per  i suoi figli e suo marito che spero, in questo momento di disperazione, raccolgano tutto l’affetto non solo della comunità di Cardano al Campo, ma di un’Italia intera.

“E lei, che era il simbolo di quel Comune, oggi diventa il simbolo di tutti noi. Di tutti quei cittadini onesti che guardano ancora alle istituzioni con rispetto. Perché sono tantissimi i sindaci, come Laura, che ricoprono questi ruoli con devozione, impegno, professionalità, rigore, senso di giustizia”.

Belle e giuste le parole di Corinna De Cesare su La27esimaOra che condivido.

Ma Laura Prati non è stata “solo” una buona amministratrice e una sindaca amata, ma una compagna vera, con tutti i significati vecchi e nuovi di questa parola. La più semplice forse per significare ciò che lei è stata per tante e tanti di noi.

Compagna di impegno all’interno prima dell’ARCI e di militanza, poi nei Democratici di Sinistra, in anni che mi sembrano ormai lontanissimi.

Laura, compagna di lotta che con la sua delicatezza, la sua dolcezza, la sua pacatezza abbatteva muri ed enclavi fuori e dentro il “partito”.

Che con ferrea determinazione ci ha dimostrato come cambiare il mondo si può. Con perseveranza, giorno per giorno, goccia a goccia.

Lo ha fatto da un piccolo comune come Cardano al Campo, nella provincia più leghista d’Italia, dove ha gettato con generosità e senza risparmio semi di uguaglianza, cultura, diritti.

Ricordo la battaglia per evitare la chiusura dei consultori in provincia di Varese, atto di ingiustizia sociale risultato di quel “modello lombardo” socio-sanitario che tanto ha sperperato in poltrone e corruzione, com’è sotto gli occhi di tutti.

Come quella combattuta insieme, come Donne Democratiche di Sinistra, contro la legge per la procreazione assistita, diventata poi legge 40. E di quanto quella battaglia fosse giusta già sappiamo.

Dopo allora, fatidicamente, le nostre strade si sono divise, da lì a qualche mese sarei diventata mamma e tante scelte nella mia vita mi avrebbero portato a quello che sono oggi.

Lei mamma era già. E quando parlavamo di conciliazione, tempi delle donne, pari opportunità non erano discorsi vuoti. E lei era lì a dimostrare con la sua presenza che potevamo farcela tutte.

Quando ci siamo ritrovate, mentre io fuggivo verso Milano, era già un’assessore alla Cultura attenta e competente, che cercava, nel deserto e nel piattume della provincia varesina di portare i lumi del migliore teatro per i ragazzi all’interno delle scuole.  Un miracolo pensando ai tagli sia al sistema scolastico nazionale che alla cultura che sarebbero seguiti da lì a pochissimo.

E nel tragico risultato delle scorse elezioni che hanno visto riconsegnare la regione Lombardia al sistema corrotto che lo ha controllato per tanti anni, ho gioito per la sua vittoria, primo sindaco donna in una provincia dove la rappresentanza femminile nelle cariche politiche e amministrative si può cercare con il lumicino.

Dopo tanti anni di gavetta la sua competenza era stata premiata. Riconoscimento che aveva subito speso, però, in favore di battaglie scomode, come la lotta contro la Terza Pista dell’Aeroporto di Malpensa, in un territorio e in una comunità già sconvolti dalle dimensioni attuali dell’aerostazione. Sempre con pacatezza e moderazione, ma con decisione.

Fino a quel piccolo gesto, rivoluzionario più che a Milano, sappiatelo, di dare la cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia da genitori di origine straniera, gesto per la quale il Coordinamento Migrante della provincia l’ha premiata.

Oggi tutte noi, compagne di allora, tutte donne impegnate su vari fronti  dalla politica alla società civile, abbiamo pianto silenziosamente davanti ai nostri computer, ascoltando la radio.

L’ingiustizia di un atto assurdo, che non ha nessuna giustificazione, ci ha accecato di lacrime e rabbia contro chi si è reso responsabile della sua morte. Oltre che un simbolo, era una donna, una madre, un essere umano che più di tanti altri si è speso per il bene comune.

Per questo sono certa, lacrime e rabbia lasceranno il posto ai semi di giustizia che Laura ha seminato.

Sta a noi curarli e farli crescere con la determinazione che ci ha insegnato.

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