Una toga a teatro – Terre di mezzo street magazine maggio 2012

“Confesso, sono molto curiosa”. Sarà per questo che non perde di vista qualsiasi cosa o persona intorno a lei. Capelli argento, sguardo deciso e penetrante, Livia Pomodoro, magistrato da oltre 40 anni, è una donna dalla “doppia vita”. Di giorno, è alla presidenza di uno dei più importanti tribunali d’Italia, quello di Milano. Nel tempo libero, dirige lo Spazio No’hma in via Orcagna, un teatro non profit, ad ingresso gratuito. Fondato dalla sorella gemella Teresa, scomparsa nell’agosto del 2008, è un luogo dedicato alle arti e alla cultura contemporanea. Livia Pomodoro se ne occupa con dedizione da quasi quattro anni, insieme al direttore artistico Charlie Owens. Di certo, non le mancano doti di coordinamento: durante le prove, impartisce compiti ai suoi collaboratori, controlla i messaggi sullo smartphone e scorre la posta elettronica sul tablet. “In fondo non c’è molta differenza dal dirigere un tribunale”, ci assicura con un sorriso disarmante.

L’eredità se non condivisa può trasformarsi in un peso da cui liberarsi in fretta… Lei, invece ha fatto una promessa. E l’ha mantenuta. 
Dopo la scomparsa di Teresa, ho voluto raccogliere il testimone e continuare a diffondere il suo messaggio. Mantenere uno spazio di cultura gratuito, aperto a tutti, è un atto di profondo amore verso l’umanità e questa città. Siamo giunti alla quarta stagione teatrale, con quasi 30mila presenze. Riusciamo a finanziarci grazie alle donazioni.

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Gemelle diverse: sua sorella ha dedicato una vita all’arte, lei alla legge. Che cosa vi ha unite?
Il teatro, e questo luogo in particolare. Ma preciso: nonsono un’artista, anzi mi considero “l’elettroencefalogramma piatto” della famiglia Pomodoro -scherza. Penso, però, di essere una buona organizzatrice culturale e in questo modo credo di poter rendere onore al lavoro di Teresa.

Siete nate a Molfetta e vi siete trasferite al nord, ventenni. Com’è stato il vostro rapporto -da migranti- con la Milano di allora, e con quella di oggi?
Siamo sempre state orgogliose e fiere della nostra appartenenza pugliese. Milano ci ha benvolute. Mentre Teresa completava gli studi all’Accademia di Brera, poi al Piccolo Teatro con Giorgio Strehler, io iniziavo la mia carriera in magistratura. Erano gli anni Settanta, ho vissuto il periodo nero del terrorismo, gli attacchi della mafia. Questa città ci ha adottate, e posso dire che me ne sono sentita figlia.

Come è nato Spazio No’hma?
Parliamo di 12 anni fa. Avevamo di fronte una palazzina dell’acqua potabile abbandonata, piena di umidità e muffa. Solo un particolare aveva colpito entrambe: lo splendido roseto che c’è, tuttora, all’entrata. Ho cercato comunque di dissuadere Teresa: il recupero sembrava un’impresa, ma l’ha vinta lei. Grazie alla sua determinazione e con l’appoggio di una cordata di architetti, sponsor e sostenitori, tra i quali nostro cugino Arnaldo (il noto scultore, ndr), questo spazio è stato restituito alla collettività. L’associazione No’hma ha poi vinto il bando pubblico demaniale per la sua gestione. Sono serviti “pensiero e sentimento” (questo significa “No’hma” in greco), perché solo così poteva nascere un luogo aperto, che parla al cuore, esprime la vita e la sostiene: un “meta-teatro”, come diceva Teresa, capace di accogliere i temi esclusi dalla cultura tradizionale.

Un buon proposito che ha valicato il vostro palcoscenico, tanto che nel 2009 si è concretizzato nel Premio internazionale teatro dell’inclusione.
L’idea è maturata insieme al Comune di Milano. Ci è sembrato il modo giusto per ricordare l’opera di Teresa, sempre disponibile alla contaminazione e a servizio del sociale. Una sorta di filo rosso con quanto realizzato da lei alla Casa della Carità, con la comunità Rom, e in carcere con i detenuti di Opera e San Vittore. Abbiamo costituito una giuria internazionale, cercando di valorizzare le opere più significative e meno scontate, come “Nessuno può coprire l’ombra” di Mandiaye N’Diaye, lo storico attore di origine senegalese del Teatro delle albe di Ravenna, o “Le Serve” di Jean Genet, un simbolo della drammaturgia del Novecento reinterpretato a Milano da Argomm Teatro.

Pena, dignità dell’uomo e riabilitazione. Una dinamica complessa. Può il riscatto dei detenuti passare attraverso l’arte?
Sì, anche. Ma bisogna sgomberare il campo da molta retorica. Il lavoro di rieducazione in carcere va fatto con un occhio molto attento. Teresa ci ha provato, guardando all’anima delle persone e andando oltre la loro colpa. Da lei ho imparato molto.

Per 14 anni lei è stata presidente del Tribunale dei minori. Oggi che vive in prima linea lo scontro tra potere giudiziario e politico, rimpiange quei tempi?
Occuparsi di chi è debole e di chi ha bisogno di essere tutelato è stata un’esperienza straordinaria. Ma è stata anche usurante. Un giudice non può mai essere troppo coinvolto, e quando si è troppo coinvolti non si è giusti. Ad un certo punto è stato necessario smettere. Ora però sono contenta di occuparmi degli adulti. In fondo hanno bisogno di me, come i bambini.

Palazzo di Giustizia e proscenio. Come concilia nella sua vita quotidiana due attività così “distanti”?
Con la passione. Sono una persona abituata a lavorare tanto e dedico tutte le mie energie al Tribunale di Milano: sta diventando uno dei tribunali più significativi del Paese, dove si può avere una giustizia “giusta” e in tempi rapidi. Ma, al tempo stesso, ho pensato di non dover togliere attenzione a questo progetto e permettere a quante più persone possibili di goderne. Così ogni sera, in cui c’è uno spettacolo, accolgo
personalmente il pubblico. Stringo la mano ad ognuno invitandoli ad accomodarsi in platea. Ed è un piacere dare il benvenuto a chi arriva da ogni parte della regione.

Non le capita mai di sentirsi un po’ sola? In fondo l’arte e la cultura non sono sentiti come patrimonio comune nella nostra società…
Non penso ci sarà un momento in cui possa considerarsi concluso il compito della cultura. Arriveremo a non essere più razzisti, più antifemministi, a non temere il diverso? Lo spero. Intanto la conquista deve compiersi ogni giorno, alla scoperta di tutto ciò che ci fa sentire esseri pensanti.

 

Testo: Rosy Battaglia
Foto: Francesco Pistilli

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