In nome del Popolo Italiano

“In nome del Popolo Italiano…”

Siamo stati in tanti ieri, almeno chi poteva accedere ad un pc o alla TV ad ascoltare le prime parole della sentenza su Eternit, la fabbrica della morte.

Una voce che si è propagata per l’etere per oltre tre ore.  Annunciando le condanne a  16 anni di carcere ciascuno  per il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis De Cartier, per disastro doloso e rimozione di cautele.

“Colpevoli”.

Ma voglio ripensare a quell’elenco lunghissimo: le migliaia di parti civili a testimonianza dei loro congiunti vittime di questa strage.

Un’orazione civile, mi è sembrata. Un atto processuale che si è rivestito di un significato profondo.

I superstiti, i comitati, i sindacati, tutti coloro che hanno seguito le fasi del processo e chi ascoltava fuori da quell’aula hanno toccato la parola “giustizia”.

Il riconoscimento di una colpa.

Così come dalle poche parole di Pietro Condero, in aula con la sua tuta di lavoro bluette e quella targhetta gialla. Uno dei soli 225 superstiti di Eternit. Sopravvissuto a oltre 3000 morti.

Una giustizia amara, però che non smette di farmi pensare come in nome di sviluppo e business si siano sacrificate intere famiglie, un’intera città, Casale Monferrato.

Come per decorrenza dei termini non si sia potuta fare altrattanta giustizia per gli operai morti a Bagnoli (NA) e a Broni (PV).

Come si muoia per lavoro e inquinamento ancora in tutta Italia dalle micropolveri, diossine, policiclici aromatici . Come i bambini italiani siano quelli che si ammalano di più nella primissima età di tumore con un incidenza doppia alla media europea.

Che non smette di farmi pensare all’amianto che vediamo nelle nostre città (alzi la mano chi non ne vede uno spicchio tra i tetti ) e a quello che ancora viene lavorato in Cina e America Latina, come ha ricordato Bruno Pesce coordinatore dall’Associazione Vittime dell’amianto (Afeva), ai microfoni di RadioArticolo1.

Non si può e non si deve morire per le sorti di un progresso che è profitto per pochi e disgrazia per molti.

Troppi.

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