Dalla #mensa alla #Sicilia, passando per il #SOPA

Tre scioperi in tre giorni.  Vissuti con modalità diverse, ma tutti degni di partecipazione.

Il primo è stato quello della “mensa scolastica” frequentata da mio figlio, martedì.

Di fronte all’ennesimo aumento, deciso peraltro alla vigilia delle vacanze di Natale e applicato “obtorto collo” alle famiglie anche retroattivamente,  si è scatenato un putiferio. E pure nell’assorto paese della provincia lombarda in cui vivo gli animi si sono agitati e ci si è mobilitati, fornendo i bambini di panini oppure portandoli a casa per il pranzo.

Il secondo sciopero, è stato virtuale, lo sapete, Batblog ha aderito all’agitazione con il SOPA o PIPA e si è auto-oscurato.

Fatto che non mi ha permesso però di seguire, come avrei voluto, una terza mobilitazione di proporzioni decisamente più epiche che si stava compiendo a 1500 km da casa mia.
Mentre mi apprestavo al silenzio su twitter, afflitta dai primi sintomi dell’influenza, ricevo la chiamata di una mia cara amica, da Palermo.

“Rosy non hai sentito?”
“Delle dimissioni di Cammarata dici? Si ho letto”.
“Non di Cammarata, del blocco, qui in Sicilia si è fermato tutto! Non ne sta parlando nessuno a livello nazionale, sta cominciando a scarseggiare il cibo, stiamo razionando il carburante”.
Io scendo dalle nuvole.
“Fai qualcosa, parlane dal tuo blog”
Ma  il mio blog al momento è oscurato, per combattere contro il SOPA, ovviamente.
“Ah,  pure il tuo blog è in sciopero, lo vedo”.
E quella che era una buona causa, in un momento si è sbriciolata.

Ho cercato di riparare. Rincorrendo le notizie sul web (dopo tre giorni i grandi media non avevano proferito parola su quanto stava succedendo), sui socialnetwork, passando per i vari blog e giornali siciliani.

Ho cercato di ricostruire quello che stava succedendo e diffondere a mia volta le notizie verificate.
Così ho scoperto le attività del Movimento dei Forconi, le interviste, le pagine Facebook a cui decine di migliaia di persone hanno aderito.
Dopo poche ore sono emerse però strane voci amplificate, queste si,  dai media nazionali. Fascisti, Mafia.

Non so se il “Movimento dei forconi” passerà alla storia, più che per la sua iniziativa siciliana che per i collegamenti con Forza nuova o per le infiltrazioni di quella che sappiamo essere, a nord come al sud,  la prima industria di questa povera Italia.  Mi fido se una personalità e un artista siciliano serio come Roy Paci dice di diffidare , se giornalisti attenti hanno documentato blocchi forzosi e infiltrazioni tra gli autotrasportatori, denunciati da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia.

Tutto ciò, però,  non mi fa venir meno la comprensione e la necessità di conoscere le ragioni di un malcontento, un malessere che è anche nostro.

Non ho bisogno di leggere l’ennesimo rapporto ISTAT per ricordarmi di un paese tagliato a metà. E se la prima metà, quella dove vivo io fa fatica, non ci si può dimenticare come la seconda, quella dove vive la mia amica, non possa certo stare meglio.

Non dimentico una terra dai quali i miei genitori sono emigrati negli anni sessanta, non mi dimentico di guardare da  “dietro i forconi”  come ha detto Giuseppe Provenzano sul POST  “ una terra con meno della metà di occupati tra la popolazione attiva e licenziamenti “senza paracadute”,  un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e crollo dei consumi perfino di beni di prima necessità”.
Una terra che è stanca, come ha raccontato  Alessandra Verzera su Social Sicilia: “Palermo è soprattutto una città delusa. La Sicilia, più precisamente, è una regione delusa-  dice – non ci ha mai sorpresi più di tanto sentirci additare come fannulloni, pigri, dediti alla questua dell’assistenzialismo, alla continua ricerca di sussidi ed in continua fuga dal lavoro serio”.

E ritorno con un po’ di vergogna al mio ombelico. L’altro giorno abbiamo scioperato per un servizio mensa per i nostri figli, caro e di scarsa qualità. Ma che pure c’è.
A Palermo la maggior parte delle scuole pubbliche, dall’asilo all’università, non ce l’ha neppure il servizio mensa o vi si accede con difficoltà.
In Sicilia c’è il più alto tasso di disoccupazione delle donne d’Italia,  pari al 18,1%.

Eppure, come dai racconti colti da Giuseppe Falci per LINKIESTA “Trent’anni fa il grano era 600 lire al kg, oggi è 30 centesimi. In trent’anni non penso non ci sia stata inflazione” dicono gli agricoltori ai presidi. Senza pensare ai prodotti delle raffinerie (Augusta, Priolo) che non lasciano altro se non degrado ambientale, in un sistema che è al collasso e che dovrà rivedere il proprio assetto nei prossimi anni.

E, in tutto questo, i grandi assenti. Non stupiamoci di una protesta popolare così anarchica e che si presta a strumentalizzazioni. Ma, a parte le puntuali dimissioni del sindaco di Palermo, dove sono i politici, quella classe dirigente che si è autonominata “onorevole”, pronta anch’essa a strumentalizzare il popolo siciliano contro Roma (vedi Lombardo) ?

In questo quadro, non ci sfugge, certo, come la mancanza di una mediazione possa essere essere terreno di coltura per ben altre cose.

Ma un po’ di attenzione per cercare di capire le istanze di un’isola dimenticata lo dobbiamo, perlomeno ai siciliani onesti, che vogliono continuare a vivere nella loro regione, in Italia.

Passata l’onda degli autotrasportatori, non ce lo dimentichiamo.

Comments

  1. Ero certa che nn ci avresti ignorati. Grazie amica mia….

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