Lo sciopero teatrale delle partite IVA

Tramedautore 2009 - foto @ rosy battaglia - batblogStasera al Teatro della Triennale a Milano è andato in scena “il manifesto dei lavoratori autonomi“. Quel “quinto stato” che non fa scioperi o picchetti.  Anche perché, alla fine, dovrebbe farlo contro se stesso.  Popolo che ha scelto, invece, un modo teatrale per sollevare il coperchio sull’assenza di diritti, su condizioni lavorative  e di qualità della vita sempre più scadenti.

Due le riflessioni.

La prima. Che l’aria di Mirafiori, dovrebbe far riflettere un po’ tutti. Sul senso del lavoro, intellettuale o manuale che sia. E sul suo valore.  Il lavoro, tutto, non ha più valore. Ma, ed è questo il punto, men che meno chi lo produce. Dall’operaio, al  lavoratore autonomo, fino al free-lance.  Pensate, ad esempio, solo 10 anni fa cosa significava essere  “un libero professionista”. Oggi, guardiamoci negli occhi. Liberi da chi e da che cosa? Non siamo liberi, nessuno di noi è libero, ma incatenato da questo sistema.

La seconda. Mi fa pensare che  un’associazione di consulenti del terziario avanzato, ACTA appunto, abbia scelto il teatro per manifestare il proprio dissenso. Quel “teatro civile” osteggiato, denigrato, tagliato da tutti. Dalla politica, dalla cultura, dalla società dell’immagine. In parte anche dagli stessi addetti ai lavori. Per non dimenticare il refrain, che soprattutto dalle mie parti va forte: “Non si fa cultura con la pancia vuota”.  Beh, non divaghiamo. Dicevamo di  ACTA. Ecco, hanno scelto di presentare il loro “Lo stato del quinto stato“, mettendo in scena le loro ansie, le loro paure. Per sentirsi, come dicono,  “rappresentati” e per “rappresentarci”.

Conclusioni

Avranno un contratto da invidia quelli di Mirafiori? Si lamentano, “solo” perché faranno una pausa in meno durante 10 ore di catena di montaggio. O perché pretendono di mangiare ogni 4 ore come ogni cristiano? Incasseranno fatture  da nababbi quelli del “popolo delle partite IVA” alle prese, come dicono loro ( ed io mi ci riconosco)  con “telefonate frenetiche, multitasking esistenziale, flessibilità a senso unico, case trasformate in uffici e viceversa” ?

Certo, rispetto a chi non lavora proprio, a chi è in cassa integrazione, all’artigiano che sta fallendo o ad un giovane stagista regolarmente non pagato “per le prestazioni fuori orario”,  sembrano sterili le rivendicazioni provenienti da entrambi mondi.  Ma ci stiamo dimenticando di una cosa. Dei nostri diritti. E del fatto che non abbiamo più nessun potere per “negoziarli”.

Lasciamo allora che lo faccia chi, ancora per poco, questo potere ce l’ha.

Io, vi dico la verità, spero che continuino tutti, con le  modalità più varie, ma tutte legittime, le loro lotte, che sono del resto anche mie. Ma mi augurerei, soprattutto, che non si smetta di volere, ma anche di sognare, una vita, un mondo migliore. Anche attraverso il teatro, la poesia, un video o un blog. Anche attraverso una manifestazione, uno sciopero, una gru.

Altrimenti che senso ha tutto questo?

ps. il post parla di teatro, come promesso!😉

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: