Ilva, ovvero come dalle ciminiere non nascono le nuvole. E come dal latte non può nascere la diossina.

Quando ieri ho appreso della manifestazione degli operai a Taranto in seguito al sequestro della magistratura dell’impianto a caldo dell’Ilva, “senza facoltà d’uso”, il mio pensiero è andato ad un racconto.In realtà un testo teatrale struggente come “Venticinque mila granelli di sabbia” di Alessandro Langiu, (qui ne potete vedere un estratto), autore tra l’altro di “Di fabbrica si muore”, la storia di Nicola Lovecchio morto di tumore al petrolchimico di Manfredonia.

Alessandro Langiu ci mostra una Taranto attraverso gli occhi di due ragazzini che vivono tra le “Palazzine Italia”, metafora, forse, dei quartieri Tamburi, San Paolo e Borgo, i più colpiti dall’inquinamento dell’Ilva. Simbolo, in ogni caso, di quell’umanità popolare che vive a ridosso di tutte le aree industriali del nostra penisola, da Livorno a Casale, da Brescia a Marghera.
Dove “ci sta la polvere rossa che copre dappertutto”. Dove “ci sta poca luce” ma dove “ci sta pure” il campetto di calcio, dove il terriccio è misto alla sabbia rossa onnipresente.

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